L’ultimo fronte dello sfruttamento lavorativo: ticket restaurant al posto della retribuzione giornaliera

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A sentirla raccontare sembra l’ennesima leggenda metropolitana in un momento di fortissima crisi e, invece, è pura realtà: l’ultimo paradossale e ingiusto sistema di pagamento è quello di retribuire il lavoratore con buoni pasto. È ciò che si sono visti arrivare dopo un’estenuante giornata nei ristoranti o nelle attività ricettive lavapiatti e inservienti.

Il caso è esploso nei giorni scorsi in Toscana dove sono in corso ben dieci cause intentate grazie all’intermediazione dei sindacati. Una vera e propria piaga, quella in questione, che minacciava di estendersi a macchia d’olio. I primi episodi a dicembre quando, sotto le feste di Natale, ristoratori e gestori di bar reclutano per poche ore di lavoro disoccupati per far fronte al surplus di lavoro nel retrobottega.

sfruttamento lavorativo

Invece di ricevere una regolare paga, questi lavoratori occasionali, stando alle testimonianze, sarebbero stati retribuiti con i cosiddetti “ticket restaurant”, spendibili al supermercato. Un metodo di gran lunga più conveniente per il datore di lavoro, non solo più di un’assunzione ma anche più dei già svantaggiosissimi voucher.

Alcuni dei diretti interessati si sono ribellati e hanno chiesto aiuto ai sindacati. La legge, del resto, prevede che il datore di lavoro acquisti tanti buoni pasto, da un valore minimo di 5,29 euro fino a 12 euro, quante sono le giornate di lavoro svolte nel mese da ciascuno dei dipendenti assunti, ma non, naturalmente, che poi questi buoni vengano utilizzati al posto della retribuzione giornaliera.

Sotto il profilo della tassazione, inoltre, sul buono pasto il datore di lavoro paga solo l’Iva al 4% e può portare in detrazione fiscale la spesa sostenuta. Sui voucher, che pure sono stati fortemente criticati per l’abuso che se ne sarebbe fatto (per questo il governo li ha ora resi nominali), dei 10 euro pagati dal datore di lavoro 2,5 sono destinati a contribuzione previdenziale all’Inps e contro gli infortuni all’Inail.

Quella in questione, tuttavia, è soltanto l’ultima magagna emersa perché il settore dei raggiri è più vasto che mai: oltre alla neonata categoria dei lavoratori sfruttati e retribuiti con i buoni pasto c’è infatti quello dei dipendenti a chiamata, che poi però vengono impiegati tutti i giorni a tempo pieno. Molti, non si preoccupano neppure di cercare una finta regolarità e continuano a far lavorare ingenti quantità di personale completamente in nero e in maniera sottopagata. Il caso dei buoni pasto, scoppiato a Firenze, era in voga anche in altre cittadine italiane nelle quali negli ultimi giorni sono stati intensificati i controlli.

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